Interessante iniziativa organizzata dall’Ordine degli Avvocati di Messina per dibattere sulla riforma costituzionale, quella della separazione delle carriere dei magistrati, soggetta a referendum confermativo.
A confronto le tesi per il NO, del Procuratore di Messina Antonio D’amato e per il SI dell’ex presidente delle camere penali Gian Domenico Caiazza.
A fare gli onori di casa, il presidente dell’ordine degli avvocati Paolo Vermiglio, ha portato il saluto e alcune considerazioni, il presidente dell’associazione nazionale magistrati di Messina Andrea La Spada.
Un confronto dialetticamente molto corretto ma, soprattutto, ricco di spunti di riflessione riguardante le posizioni dei favorevoli e dei contrari, su una riforma molto tecnica. I cittadini, così come disposto dall’art. 138 della Costituzione, dovranno esprimere la loro scelta in maniera consapevole. Un passaggio, quello referendario, che rischia di mettere a dura prova la capacità di comprensione dei cittadini, in particolare degli anziani, ma anche delle giovani generazioni.
Secondo il Procuratore D’Amato, “i Padri Costituenti hanno assegnato alla magistratura un ruolo fondamentale per la tutela della democrazia e dei diritti dei cittadini. Dopo l’esperienza del regime fascista, essi vollero garantire che i giudici fossero autonomi e indipendenti da ogni altro potere dello Stato”.
Ancora, il Procuratore ha affermato che, “secondo i Padri Costituenti la magistratura deve essere un garante della legalità e dei diritti fondamentali, assicurando l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il corretto funzionamento dello Stato democratico”.
Il procuratore D’Amato ha espresso “le sue perplessità sulla riforma in quanto pensa possa indebolire l’indipendenza della magistratura, in particolare quella del pubblico ministero”. L’unità delle carriere, ha detto il Procuratore, “rappresenta uno strumento di garanzia in quanto il PM, sarebbe meno esposto a pressioni politiche o dell’esecutivo”.Separare le carriere, ha proseguito il dr. D’Amato, “potrebbe aprire la strada a una distinzione gerarchica o a un controllo esterno sull’azione penale, alterando il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale”.
Il Procuratore D’Amato ha poi manifestato “il timore che la riforma non risolva i reali problemi strutturali della giustizia italiana, come la lentezza dei processi o la carenza di risorse ma, concentri l’attenzione su un intervento simbolico, fortemente ideologico, che potrebbe anzi accentuare conflitti interni al sistema”.
L’ex presidente delle camere penali Gian Domenico Caiazza ha espresso “la sua posizione favorevole in quanto necessaria per rafforzare l’imparzialità del giudice e l’equilibrio del processo penale”. Oggi giudici e pubblici ministeri, ha detto Caiazza,“appartengono allo stesso ordine, condividono la formazione iniziale e sono governati dallo stesso Consiglio Superiore della Magistratura, sebbene le funzioni siano diverse”.
Secondo questa impostazione, il pubblico ministero è una parte del processo, non un soggetto “terzo”: rappresenta l’accusa e persegue una tesi.
Il giudice, ha proseguito il presidente Caiazza, “dovrebbe essere e apparire completamente imparziale. Separare le carriere servirebbe a evitare anche solo il sospetto di una “vicinanza culturale” tra accusa e giudice”.
L’avvocato Caiazza ha concluso affermando che “la separazione renderebbe più leggibile il sistema anche agli occhi dei cittadini, avvicinandolo a modelli già presenti in molte democrazie occidentali”.
La materia che riguarda la separazione delle carriere dei magistrati, è altamente tecnica, fatta di equilibri istituzionali, principi costituzionali e conseguenze indirette difficili da spiegare in modo semplice. Per molti cittadini anziani, meno abituati al linguaggio giuridico e ai cambiamenti istituzionali, orientarsi tra slogan contrapposti potrebbe risultare arduo. Il rischio è una scelta basata più sulla fiducia in una parte politica che, su una reale comprensione del merito.
Allo stesso tempo, anche i giovani potrebbero trovarsi in difficoltà. Nonostante una maggiore familiarità con l’informazione digitale, la frammentazione delle fonti e la comunicazione semplificata dei social, rischiano di ridurre il dibattito a contrapposizioni superficiali, prive del necessario approfondimento.
La separazione delle carriere non è solo una questione tecnica, ma una scelta di modello istituzionale. Proprio per questo, il referendum deve essere accompagnato da un grande sforzo di informazione pubblica, neutrale e accessibile.
La vera sfida non sarà solo decidere se votare “sì” o “no”, ma garantire che quella decisione sia consapevole. In gioco non c’è soltanto l’organizzazione della magistratura, ma la qualità della nostra democrazia e il rapporto di fiducia tra cittadini e giustizia.
